Sulle sponde del Sahara

Se prendessimo un’odierna cartina del Sahara, del Sahel e dell’Africa Occidentale con i confini degli stati nazionali disegnati a matita e cominciassimo a cancellarli, sostituendoli con piste battute, insediamenti ed entità statali dai confini incerti, oasi e villaggi sparsi, avremmo un’idea di come è sembrato questo grande territorio per svariati secoli. In quello che in Occidente è chiamato Medioevo, la regione sahelo-sudanese visse secoli di grandezza politica, artistica, culturale. Vi si succedettero formazioni politiche più o meno estese e più o meno potenti, con frontiere fluide e attraversabili. Vi vivevano, spesso assieme e spesso in modo complementare, un gran numero di popoli e gruppi umani dalla lunga storia: gli Hausa, i Mande, i Sossi, i Soninke, per citare i più noti. Il Ghana, il Mali, il Songhai sono le formazioni statali più conosciute. I primi due denominano stati nazionali odierni che non occupano lo stesso territorio dei loro omologhi del passato, ma vennero scelti perché evocano sentimenti d’orgoglio imperituri nella memoria degli africani. Uno dei motivi della loro grandezza fu il controllo dell’intricato e fruttuoso sistema del commercio transahariano, che dalla sponda sud del Sahara permetteva l’arrivo nel bacino del Mediterraneo e in Europa di un bene primario: l’oro.

Il deserto del Sahara veniva considerato un mare interno da chi lo attraversava, sia verso sud, sia verso nord. E quando finiva, si arrivava a riva: è questo il significato in arabo di Sahel, il territorio che corrisponde, partendo da ovest, al nord del Senegal, al sud della Mauritania, al Mali, al Niger, al Ciad, al Sudan, fino a parte dell’Eritrea. E il Sudan odierno ha scelto di chiamarsi con il nome che chi arrivava da nord ha dato a tutto questo immenso territorio: Bilal al-Sudan, la terra dei neri. La storia della regione è conosciuta grazie all’archeologia e alle cronache in lingua araba scritte da viaggiatori e dotti islamici medievali, tra cui al-Bakri, al-Idrisi, Ibn Battuta, Leone l’Africano.

Il Sahel (fonte: Wikimedia Commons)

Il commercio transahariano affonda le sue radici nelle nebbie del tempo, tanto che è difficile stabilirne il preciso punto d’avvio temporale. Da sempre le popolazioni imazighen (che l’Europa ha deciso di chiamare berberi), dai loro territori in Marocco, Algeria e Libia hanno attraversato il deserto per praticare il commercio a sud. Un popolo antico che ha fatto delle sue capacità di sopravvivere in ambienti desertici il motivo della sua supremazia mercantile. Il fenomeno ebbe un’ulteriore impulso quando il Nordafrica venne travolto dagli eserciti arabo-islamici nel VII secolo, a pochissima distanza dalla predicazione di Maometto, morto nel 632 d.C.

Le popolazioni locali, dopo un’iniziale resistenza, si islamizzarono e diedero vita a famosi califfati come gli Almoravidi (XI sec.) e gli Almohadi (XII-XIII sec.). Il Sahara, però, fu da sempre inattraversabile per i loro eserciti, con l’unica eccezione di un’armata marocchina che raggiunse il regno Songhay nel 1561, mettendo fine al suo predominio.

Erano le carovane di cammelli, le “navi del deserto”, a solcare le piste del Sahara. Trasportavano stoffe, spezie, datteri, zucchero, stoffe e beni di lusso provenienti anche dall’Europa. Una delle merci più importanti era il sale, estratto nelle saline desertiche. Famosa è la descrizione che Ibn Battuta fa di uno di questi luoghi, Teghaza, con le case e le moschee costruite di sale. Le stesse carovane che tornavano a nord cariche di oro, avorio, schiavi.

I mercanti arabo-berberi partivano da città ai margini settentrionali del deserto come Sijilmassa, Tamedelt, Ouargla, Ghadames. Dopo settimane di traversata, il viaggiatore vedeva stagliarsi all’orizzonte le brulicanti città che ospitavano i grandi mercati saheliani. Nomi che quando venivano pronunciati evocavano incanto e meraviglie anche a chi non le aveva mai viste: Gao, Timbuktu, Awdaghost, Walata, Djennè. Li’ vivevano migliaia di persone, quando non decine di migliaia. Il controllo di questi centri, del relativo commercio e soprattutto delle miniere d’oro permise la nascita e la fioritura dei grandi imperi dell’Africa Occidentale.

Nel V secolo d.C. una delle realtà a controllare i traffici fu l’impero del Ghana, dominato dal gruppo Soninke, che si estendeva tra gli attuali Mauritania e Mali. Il Ghana sopravvive fino al XI secolo, poi decadde a causa di incursioni di Almoravidi (popolazioni nordafricane) a nord. Parte del suo territorio verrà inglobato dal Mali, sorto agli inizi del XIII secolo, più a sud.

Il Mali (fonte: Wikimedia Commons)

Il Mali diventò un’impero forte. Nacque per iniziativa di agricoltori e cacciatori mande ma soprattutto dal genio politico di Sundjata Keita, alla cui guida si sottomisero i capi locali per resistere alle angherie e le incursioni di potentati vicini. Vera e propria azione di state building, diremmo oggi: ne risultò una monarchia accentrata, militarmente forte e in grado di controllare strettamente le direttrici commerciali sahariane.

Sarà l’elite mande del Mali a convertirsi all’Islam e a far confluire a Gao, Timbuktu e Djenné sapienti musulmani dal Nordafrica e dal Medio Oriente. Diventeranno centri di sapienza islamica, con fornite biblioteche e un gran numero di studiosi. Allora l’islamizzazione delle masse era ancora lontana e avveniva perlopiù per ragioni diplomatiche e di prestigio. E’ l’epoca d’oro della grande architettura sabbiosa sahelo-sudanese, splendidi edifici che regalavano ai suoi abitanti e visitatori un paesaggio unico nel suo genere.

La Grande Moschea di Djenné (fonte: wikimedia Commons)

Il commercio di questi centri, al vertice gerarchico dell’intera rete commerciale, si divideva in rami sempre più piccoli fino ad arrivare ai mercati locali nella grande foresta pluviale. I mercanti arabo-berberi non si spingevano oltre le grandi città; il resto dei traffici e delle compravendite che arrivavano ai margini delle foreste umide, era in mano ai Dyula, commercianti mande o hausa, convertitisi all’Islam per tutelarsi dagli arbitrii di qualche potente locale.

L’intero sistema andò in crisi, gradualmente, con l’apertura di porti e stazioni commerciali ad opera di europei sulle coste dell’Africa Occidentale, a partire dal XVIII secolo. La regione costiera dal Senegal al golfo di Guinea attirò gradualmente il volume di traffici e mercati. Fu un fenomeno che cambiò gli assetti politici, economici e sociali della grande regione sudanese. Si apriva un nuovo capitolo della sua storia, ma ancora oggi le grandi costruzioni di sabbia si stagliano sul cielo del Sahel, come le moschee di Djennè e di Timbuktu, a testimoniare un passato indimenticabile.

La moschea Sankore, Timbuktu (fonte: Wikimedia Commons)

BIBLIOGRAFIA

Gian Paolo Calchi Novati, Pierluigi Valsecchi, Africa: la storia ritrovata, Carocci, Roma 2016


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