Il mio viaggio a Touba

Di Monica Frattari

Un tuffo al cuore all’atterraggio. Sono arrivata, e a prescindere dal futuro, la prima volta è quella che conta. Sono in Africa. E’ anche la prima volta che una guardia di frontiera mi sorride.

Non ricordo esattamente il momento in cui decisi di andare in Africa, da sola. Erano già molte le volte in cui la prospettiva di farlo era comparsa, magari per accompagnare un amico o per farmi una vacanza. Nel 2017 pensai di fare il mio viaggio di nozze in Andalusia in macchina, ma era solo una scusa per mettere piede in Marocco, ovvero sul continente da una porta insolita. Ora lo so.

E cosi’ venne il momento in cui ero stufa di aspettare, e decisi che mi sarei presa una settimana. Avrei preso un aereo per un paese africano, sarei atterrata, e questo era quanto. Quello che sarebbe successo dopo sarebbe stato il caso a deciderlo, o io, di volta in volta. Ho fantasticato di camminare sulle montagne etiopi, nel deserto ciadiano, nella foresta congolese, nelle vie di Asmara. Destinazioni che, col senno di poi, erano troppo impegnative come primo viaggio in Africa. Andare in Senegal fu una decisione naturale, dato il contatto frequente che ho con la comunità senegalese a Torino. E quando la decisione è stata presa mi sono ricordata di quell’appartamento romano, dove alcuni senegalesi mi invitarono a mangiare. Dopo il pasto fecero il tè, dolce, profumato, con la schiuma sopra. Lo avrei riassaggiato quasi vent’anni dopo, a Touba.

Il viaggio verso l’areoporto Blaise Diagne è stato un viaggio in apnea; contava solo arrivare. E dopo aver volato in Giappone cinque volte, è stato un battito d’ali, accompagnato dall’eccitazione e le risate delle ragazze danesi di fianco a me. Un tuffo al cuore all’atterraggio. Sono arrivata, e a prescindere dal futuro, la prima volta è quella che conta. Sono in Africa. E’ anche la prima volta che una guardia di frontiera mi sorride.

Vista dall'alto di Dakar
Dakar

Ad aspettarmi c’era M., incontrato in Italia qualche mese fa. E’ stato lui a mettermi in contatto con i miei ospiti, e prendiamo una macchina per arrivare a Dakar, dove passerò la notte prima di partire per Touba. La macchina però va in panne all’altezza di Rufisque, dove ci tocca aspettare il carro attrezzi per un’ora e mezza. La strada è costeggiata da palazzi che sono quadrati color sabbia spettrali, tira un vento freddo e a me non importa cosa succederà dopo perché va già bene cosi’.

Dopo il viaggio nell’abitacolo dell’auto sopra il carro attrezzi, vengo consegnata al mio ospite di Dakar. Andiamo a casa sua, una villa nel quartiere di Maristes, dove mi aspetta la cena, sua moglie, la “femme de menage” e i due bambini. Mi danno un vestito arancione tradizionale dicendomi che a Touba non mi faranno entrare con i miei vestiti abituali. Non ci credo, mi vesto come preventivato, e una macchina e il suo conducente mi vengono a prendere. Non parla francese.

L’autista è schivo e non si fida di me. Mi metto sul sedile posteriore e guardo avidamente fuori. Sono le quattro del mattino e non dormo da due notti. L’auto si ferma a Pikine, ha qualche problema, c’è da sistemare qualcosa. In Senegal le auto, di seconda e terza mano, vanno in avaria spesso, quasi sempre, e serve qualche ora prima che ripartano. Dal mio sedile vedo banchetti, carretti, gente, asini, cavalli, frutta, merci (ma non sono le cinque?). Molti battono le mani sul finestrino o sul telaio, e ho paura. Un tizio apre la portiera, mi fissa, la richiude, rientra. Mi offre dei mandarini buonissimi, è curioso, vuole sapere di dove sono, ma neanche lui parla francese. Viaggerà con noi. Il conducente trova ciò che gli occorre per far ripartire la macchina, chissà dove, e partiamo in cerca di un terzo passeggero che non troveremo.

Rufisque, sobborgo di Dakar
Rufisque, sobborgo di Dakar. Antico villaggio di pescatori

La storia di Serigne Touba è mistica, rocambolesca; ma è anche una storia di resistenza ai coloni francesi, misconosciuta e poco compresa in Europa

E’ l’aurora, e stiamo uscendo da Rufisque, a ovest di Dakar, antica città di pescatori. Le case e i palazzi color sabbia si diradano, e piano piano fa giorno. La luce è rosa e fuori c’è il Sahel, partendo da Sud, il suo inizio. Ci sono delle piccole mandrie, la terra color crema, baobab spogli e spettrali a distanza regolare. Qualche agglomerato di case, qualcuno già fuori con il suo pascolo, e io riesco solo a guardare fuori a bocca aperta.

Il rosa è diventato un trionfo. L’altro passeggero mi chiede come va e mi offre un altro mandarino. E’ ormai giorno e siamo quasi arrivati. Il color sabbia è opprimente; le effigi dei marabutti sono sui muri delle case, sui taxi. E’ soprattutto lui ad essere ovunque: Cheikh Ahmadou Bamba, Serigne Touba. Touba è stata una folgorazione recente, che ho avuto mentre cercavo informazioni sul paese prima di partire. Tentare di spiegarla da fuori, a un mondo che rinnega ogni spiritualità e ogni fede non è facile. Dare l’idea di cosa concretamente significhi vivere in una città che vive della sua moschea e del suo fondatore, li’ sepolto, è probabilmente una sfida che sono destinata a perdere. Touba è stata fondata nel 1887 da Cheikh Amadou Bamba, il fondadore della confraternita sufi Muridiya, ed è una città chiave per capire il Senegal. La storia di Serigne Touba è mistica, rocambolesca; ma è anche una storia di resistenza ai coloni francesi, misconosciuta e poco compresa in Europa. Varchiamo la porta della città santa, e il taxi mi deposita davanti a un’ospedale pediatrico, dove mi aspetta chi mi condurrà dal mio ospite: I. Diop. Decido di lasciare diecimila CFA all’autista, duemila in più di quelli concordati. All’improvviso non è più schivo e scopro che ha un sorriso bellissimo.

Entro nell’ospedale e una ventina di donne meravigliose aspettano con i loro bambini, e mi fissano avidamente. Io muoio di caldo nell’hijab che ho appena messo. I. è giovane, magro, autorevole. Mi dice che posso toglierlo, ma devo avvolgermi un foulard attorno alla vita; più tardi mi daranno i vestiti adatti.

Prendiamo la macchina e andiamo a casa di chi si prenderà cura di me nei prossimi giorni: il marabutto S. S. e la sua famiglia, discendente di Ahmadou Bamba. Lui e sua moglie sono li’ ad aspettarmi: settant’anni circa lui, una cinquantina lei. La casa si sviluppa attorno a un cortile centrale, ed è chiaro che mi hanno lasciato la loro stanza. Dovrò lavarmi con mezzo secchio d’acqua: qui è un bene prezioso. Una volta finito, mi aspettano in salotto: caffè touba, e baguette. Sulle pareti, oltre a Serigne Touba, ci sono le effigi di suo figlio, Serigne Mouhammadou Moustapha Mbacké, di altri due marabutti, e una foto del padrone di casa con Macky Sall. Mi dicono di considerarli come loro genitori, mi chiedono perché sono li’. Solo lui parla francese; sua moglie lo capisce, ma parla solo wolof. Crede sia li’ per convertirmi, e io gli spiego che l’Islam mi affascina in ogni sua manifestazione, ma che non ci sono molti modi di avere informazioni sul sufismo, specie africano, e che sono li’ per conoscere la confraternita. In qualche modo ci riesco e mi fa un largo sorriso, il primo di una lunga serie e in modo del tutto inaspettato mi da il cinque.

La città di Touba
La città di Touba, amministrata dalla confraternita sufi Muridiya

Sulla strada c’è qualsiasi cosa, qualsiasi merce, qualsiasi cibo. I banchetti ai lati si confondono tra di loro, e con le serrande dei negozi.

Sono sul grande tappeto in cortile con la mia nuova, comodissima palandrana, quando compare I. E’ qui per portarmi a fare un giro al mercato e poi a vedere la grande moschea. Prendo le mie cose e ci avviamo, mentre penso che è piacevole stare completamente nelle loro mani e non sapere cosa mi accadrà. Alla fine della via su cui si affaccia la casa, voltiamo a destra: è in quel preciso istante che mi rendo conto che si, sono in Africa davvero. Le strade piene di tutte che ho sempre immaginato sono li’. Sulla strada c’è qualsiasi cosa, qualsiasi merce, qualsiasi cibo. I banchetti ai lati si confondono tra di loro, e con le serrande dei negozi. Vendono vestiario, attrezzi, frutta, verdura, acqua, ritratti di marabutti. Danno irregolarmente sulla strada, dove c’è un fiume di persone, carretti trainati da asini, o da cavalli. Le auto si fanno strada a colpetti di clacson. Ci si ferma come se si vivesse in un eterno ingorgo, ma fluido e scorrevole. Sotto i miei piedi soccombono tante cose, plastica perlopiù, rifiuti, polvere, sabbia, forse feci. Non ho tempo di dolermi per non aver preso gli scarponi al posto delle ciabatte, perché alzo il viso e inspiro a pieni polmoni ciò che esce dal tubo di scappamento di una Fiat Panda, mentre evito di sbattere contro il posteriore di un somaro. Ho immaginato tante volte questi momenti in passato, ho cercato di capire come mi sarei sentita. Felice, la banale risposta.

Durante la passeggiata, I. mi parla della città, della comunità, della confraternita. Ha il sorriso appena accennato e la calma tipica di chi ha una forte pace interiore. La strada nel mentre è cambiata del tutto: il perimetro attorno alla moschea è interdetto alla maggior parte del traffico. E’ in effetti eccola, li’ davanti a me. Il cancello in ferro battuto, i colori pastello, i minareti che avevo visto e rivisto tante volte su Google Street View.

La moschea di Touba
La moschea di Touba

E’ mosso dalla fede e dall’orgoglio identitario ma non c’è fanatismo ed esclusione nel suo atteggiamento. E ha portato me, donna straniera, in un luogo sacro e caro per lui.

Ci togliamo le scarpe prima di varcare la soglia. Il pavimento è liscio e fresco, coperto di sabbia sottile. L’aria profuma di fiori, è ora di preghiera e qualcuno salmodia il Corano, o una delle tante Khassidas, i poemi mistici di Serigne Touba. Devo avere un’aria imbambolata. E’ una delle moschee più grandi d’Africa, e risplende di colori pastello e geometrie regolari, come richiede la mistica islamica. La moschea da un tocco gentile e lievemente colorato al paesaggio saheliano che l’ha vista nascere, è una gemma architettonica al centro geometrico di Touba, sua appendice. Mi giro e dico a I. “ça, c’est magnifique”. Sa che sono sincera, sorride e annuisce. In quel momento mi accorgo di quanto sia profondamente religioso, più di chiunque abbia visto finora e che vedrò in seguito. E’ mosso dalla fede e dall’orgoglio identitario ma non c’è fanatismo ed esclusione nel suo atteggiamento. E ha portato me, donna straniera, in un luogo sacro e caro per lui. Mi fa cenno di dargli il mio telefono. Entrerà a pregare anche lui e farà delle foto per me. Prima però mi accompagna negli spazi dedicati alle donne, dove posso sedere. L’aria è ancora calda e c’è una leggera brezza, il foulard attorno alla mia testa mi sfiora le guance, cullandomi. Con la schiena poggiata sulla parete mi sale una grande stanchezza e sento il mio respiro, mentre una donna davanti a me prega. Verde, blu, giallo, rosa, triangoli, quadrati, tondi formano una rete di sensi attorno a me e si confondono con il rosa e il rosso dei suoi vestiti. Sono immobile e il senso del viaggio è tutto qui.

Il soffitto di una delle grandi sale per la preghiera nella moschea di Touba.
Il soffitto di una delle grandi sale per la preghiera

Sono a casa di gente che ho conosciuto ieri, faccio ogni cosa che voglio, chiedo ogni cosa che voglio, non provo nessun imbarazzo e non avrei mai creduto fosse possibile.

La sera a casa si mangia di nuovo in cortile, attorno a un grande piatto di insalata e pollo. Più tardi sono seduta con le donne davanti la casa e sono in molti a fermarsi a parlare: alcuni, in italiano. Si avvicinano tre donne, di cui una vestita tutta di bianco. A capo scoperto, ha i capelli lunghi legati e sembra una regina nubiana. E’ talmente bella che non riesco a smettere di guardarla.

Dentro il cortile S. S. guarda una placida tribuna politica. Gli dico che in Italia non è cosi’, sono programmi in cui si urla e ci si insulta. L’Italia è rabbiosa, gli dico. Lui dal canto suo mi dice che in Senegal va cosi’: il conflitto viene fuori molto raramente, ma raramente si risolvono i problemi.

Passo la nottata sotto una grande zanzariera ma non riesco a dormire. Mi manca un cuscino, l’acqua da bere è calda e l’afa mi opprime. Piano piano si fa chiaro e sento salmodiare in strada, è il muezzin che chiama alla preghiera. Ingoio un integratore probiotico con un sorso d’acqua. Forse riesco a dormire un paio d’ore.

Il sudore mi si è asciugato, saranno le nove di mattina. Prendo di nuovo un integratore cercando di ingoiarlo con l’acqua, calda, mi alzo ed esco dalla stanza. S.S. è in casa, perché al mattino ha freddo; io esco e mi rendo conto che c’è una brezza fantastica. Non posso evitare il caffè touba e la baguette, con buona pace del mio bruciore di stomaco. Torno di fianco a M., al banchetto. Mi fa cenno di prendere dei soldi e di seguirla; andiamo a casa di sua cognata, dove mi aspetta una vecchia signora, una delle tante nipoti di Serigne Touba. E’ in una stanza, seduta su un tappeto. E’ vecchissima, immobile, non dice niente; M. mi fa cenno di darle i soldi, che mi avrebbe benedetto: avrei ricevuto la sua baraka. Mi guarda con il suo sguardo glaciale da centenaria. Mentre usciamo, mi viene regalato un libro di mistica islamica.

Dopo pranzo siamo di nuovo tutti in cortile e una delle mogli di A. si appresta a intrecciarmi i capelli. Ho molto caldo, molta sete, molto sonno. Le sue mani veloci sulla mia testa aggravano la mia sonnolenza. Due o tre volte devo salire in bagno a vomitare con la testa che mi ronza; vomito acqua, dev’essere il farmaco per la malaria. Li rassicuro che va tutto bene, provo due volte ad assopirmi a letto o in cortile, ma non mi riesce. Sono a casa di gente che ho conosciuto ieri, faccio ogni cosa che voglio, chiedo ogni cosa che voglio, non provo nessun imbarazzo e non avrei mai creduto fosse possibile.

Più tardi mi viene chiesto di mettermi l’altro vestito che mi è stato comprato, bianco con dei ricami dorati, e il velo rosa. Penso che torneremo alla moschea; è arrivato I., con la sua elegantissima moglie. Mi fa cenno di mettere dei leggings sotto il vestito, e ci avviamo in macchina da un marabutto in alto nella gerarchia della confraternita. Vive vicino alla moschea, in una grande casa dagli enormi cortili ventosi. Io bevo a piccoli sorsi perché è un inferno di calore, e non voglio svenire.

Il figlio del marabutto è squisitamente cortese, e ci guida nell’enorme casa vuota dopo averci fatto lasciare le scarpe fuori. Ci inginocchiamo e entriamo strisciando. E’ anziano, ha una magnifica tunica bianca, gli occhiali e l’aria divertita. La stanza è enorme, e ci sono dentro solo divani e tappeti. I. gli racconta in breve chi sono, e io gli dico di essere onorata, lui ride e con un sorriso pretende di non sapere il francese. Viene una volta l’anno a Torino per i muridi che vivono nella mia città.

Il mattino dopo, riempio la mia valigia; ci sono in più tre chili di caffè. Alle tre ripartirò per Dakar, anche se non voglio farlo.

Ci spostiamo nello sconfinato cortile per il caffè touba. Sono le sette, non dormirò neanche stanotte; potrebbe essere il caffè che mi dilanierà lo stomaco definitivamente, ma è di certo il primo in vita mia che non posso rifiutare per nessuna ragione. Mentre beviamo, noi seduti e lui su una poltrona, sta calando la sera. E’ ora di preghiera, io e la moglie di I. ci spostiamo in un tappeto di fianco. Mentre lei prega, io sono cibo esotico per zanzare, ma non fa più caldo. Dopo, I. chiede di fare una foto tutti assieme. Più tardi lo ringrazio e gli dico che la conserverò come una cosa preziosa e non la mostrerò in giro, anche se lo sa già.

I. e sua moglie rimangono a cena, a mangiare piccione e insalata. E’ difficile descrivere quanto sia piacevole la sera, a Touba. La brezza rende il traffico di gente nella via rilassato e ciarliero, il cancello è aperto e un buon numero di Diop ci vengono a trovare. Mostro le foto che ho sul telefono a A.L., stupefatta dalle Alpi e dalla dimensione dei miei gatti.

Il mattino dopo, riempio la mia valigia; ci sono in più tre chili di caffè. Alle tre ripartirò per Dakar, anche se non voglio farlo. Faccio colazione con S.S. e M. con caffè touba e baguette come il primo giorno. Riesco a farmi sorridere da F., quando le dico che la ringrazio per tutto il cibo che ha cucinato e il lavoro che ha fatto per me.

Quando arriva la macchina abbraccio e saluto. S.S. mi prende entrambe le mani e ricevo la baraka, prima di partire. Non so quando, ma ripercorrerò queste strade di certo.


Sono laureata in Società e Culture d’Europa, lavoratrice precaria, vivo a Torino e sogno di esplorare tutto il West Africa e il Sahel. Scrivo su: https://monicafrattari.home.blog/


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