Due chiacchiere con: ENRICA PICARELLI

Enrica Picarelli. Blogger Afrosartorialism.
Enrica Picarelli

1) Ciao Enrica! Siamo molto contenti di condividere il tuo contributo. Presentati ai nostri lettori 🙂

Mi chiamo Enrica Picarelli, sono napoletana, vivo a Parma e ho un curriculum lungo e un po’ complicato. Ho un dottorato in studi culturali e post-coloniali, una lunga esperienza come traduttrice per il cinema e la televisione, e qualche anno di attività nel campo della finanza alternativa. Sono anche blogger e ricercatrice universitaria. Da poco ho iniziato una collaborazione di un anno con l’Università di Bologna,
dove seguo un progetto sulla sostenibilità, con particolare attenzione alla conservazione delle culture locali in alcuni paesi africani. Sono fondatrice e autrice del blog in lingua inglese “Afrosartorialism” che ho creato nel 2014 per dare spazio ai talenti emergenti nel panorama moda-arte-innovazione africano.

2) Afrosartorialism è un progetto che ci piace un sacco, molto in linea con il concept della nostra pagina Instagram. Da dove nasce l’idea? Perché ti sei concentrata sulla moda africana e perché sugli Stati africani anglofoni??

Afrosartorialism nasce per soddisfare la mia curiosità riguardo un settore di cui per anni ho saputo poco o niente; è quindi un diario personale che spero incroci anche gli interessi di altri. Da subito ho desiderato che fosse un amplificatore culturale, un canale su cui gli appassionati di moda e cultura visuale potessero approfondire la conoscenza di aspetti del panorama moda africano ancora poco conosciuti. L’offerta di contenuti è abbastanza varia: ci trovi recensioni di volumi, segnalazioni di eventi, piccoli reportage, e tante interviste. Tutti gli articoli riguardano giovani appassionati e professionisti – fotografi, registi, stylist, stilisti, performer – che portano avanti progetti diversi da quelli delle grandi maison del continente ormai conosciute e apprezzate anche in Occidente, come Lisa Folawiyo in Nigeria, Christie Brown in Ghana, e
Marianne Fassler in Sudafrica (impossibile elencarli tutti). Questi “afrosartorialist” sono un’avanguardia creativa che mette sapientemente in collegamento la strada e la passerella e si autopromuove strategicamente sui social media. Visto che non parlo francese e tedesco e che conosco poco il portoghese, ho ristretto la ricerca ad alcuni paesi di lingua anglofona: Sudafrica, Ghana, Nigeria, Kenya, e Ruanda.

Nell’ultimo anno ho iniziato a occuparmi anche di moda “afro” in Italia, entrando in contatto con alcuni dei tanti professionisti che cercano di dare più spazio e occasioni di formazione e affermazione agli africani e afro-italiani qui nel nostro paese. Faccio parte della rete “B&W – Black and White: La Tendenza Migrante” creata da Caterina Pecchioli del collettivo Nation 25 che intende offrire occasioni di formazione, assistenza e orientamento a migranti e rifugiati che desiderino lavorare nel settore
moda italiano.

3) Hai altri progetti in cantiere?

Tra i miei progetti c’è innanzitutto quello di pubblicare un volume che raccolga il lavoro svolto su Afrosartorialism. Lo immagino come un libro di ampio respiro che unisca stimoli visuali e discorsivi sui nuovi orizzonti della moda africana e sulle contaminazioni con il mondo dell’arte a cui gli afrosartorialist danno un contributo eccellente.
Vorrei anche continuare a lavorare come consulente per agenzie di produzione cinematografica e televisiva. Nel 2019 ho avuto la fortuna di lavorare con Rai e Todos Contentos y Yo Tambien alla realizzazione del documentario “African Catwalk” girato alla settimana della moda di Johannesburg. È stata un’esperienza illuminante che ho recentemente replicato con un’agenzia francese che girerà un
piccolo documentario in Ghana tra qualche mese. Mi piace pensare di stare dando un piccolissimo contributo alla diffusione di un nuovo immaginario positivo sull’Africa, finalmente privo degli stereotipi tragici di un continente disperato e in cerca di aiuto.

4) Sei d’accordo con il nostro obiettivo di raccontare le “altre afriche”, aggregando storie ed esperienze personali?

Altreafriche fa parte di una rete di pubblicazioni che riempie un immenso buco di conoscenza che abbiamo sul continente. A meno che non si parli di migranti, schiavismo e terrorismo, l’Africa è praticamente assente dal dibattito pubblico a dispetto del fatto che i 54 stati di cui è composta stanno attraversando una fase
storica epocale di ripensamento di se stessi e del rapporto sbilanciato con l’Occidente. In questo senso, l’attenzione di Altreafriche alla pluralità delle voci africane fa un lavoro importante di approfondimento ed educazione dei lettori, a cui fornisce gli strumenti per superare la visione monolitica di un’Africa tutta uguale.

5) Un consiglio per i nostri lettori?
Consiglio ai lettori di alimentare la curiosità e di non avere paura di approfondire le proprie letture.
Credo sia importante ri-educarci a ricercare meticolosamente le nostre fonti e a seguire il filo delle storie che ci interessano, andando oltre i titoli e gli “status” sensazionalistici dei media che creano slogan privi di contenuti. Bisogna ascoltare più voci e in questo senso la linea editoriale di Altreafriche aiuta molto.


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