Studiamo il nostro passato

Quando ci approcciamo alla conoscenza dell’Africa è necessario partire dal passato.

Poiché la storia di quei popoli si è intrecciata con quella dei nostri antenati per secoli e secoli.

Ma andiamo con ordine.

L’uomo europeo ha da sempre percepito il mondo africano come aldilà delle proprie frontiere culturali. Luoghi comuni e preconcetti si possono ritrovare già nei Classici Greci anche se tali discorsi non implicavano propositi di sopraffazione e dominio.

Quindi, i nostri antenati, pur ribadendo una certa diversità dai popoli africani, li guardarono essenzialmente con rispetto.

Questo tipo di rapporto è proseguito fino al Seicento circa. Il fenomeno della tratta degli schiavi neri ne pose sopra, emblematicamente e concretamente, la pietra tombale.

Fu davvero una tragedia poiché, dal proficuo interscambio commerciale e culturale tra Europa e Africa instaurato fin dal XV secolo con le prime esplorazioni portoghesi, si passò allo sfruttamento economico e all’imposizione forzata dei modelli europei.

È allora che la governance del Vecchio continente gettò le basi per il successivo imperialismo ottocentesco: la mentalità, i miti, i comportamenti assorbiti e fatti propri durante i secoli di sfruttamento e mercificazione dell’uomo nero spianarono la strada a quell’onda imperialista che, nella seconda metà dell’Ottocento, coinvolse tutto il globo e prese il nome di “Scramble for Africa”.

Diverse furono le ragioni che portarono a questa smania di espansione: c’è chi parla di ragioni economiche, chi di motivazioni sociali, altri di questioni culturali. Per riassumere potremmo dire che alla base ci furono un po’ tutte e tre. In ogni caso, non c’è ombra di dubbio che l’espansione coloniale servì come incentivo all’integrazione sociale e politica nella madrepatria e contribuì al rafforzamento dell’identità nazionale ed europea che si collocava all’estremo opposto di quella africana.

L’opinione pubblica fu convinta della legittimità di questa colonizzazione e fu pronta a caricarsi sulle spalle il “fardello dell’uomo bianco”. Era molto in voga (forse lo è ancora ai giorni nostri?) la convinzione che spettasse ai bianchi – civilizzati- il dovere di “aiutare” i neri – incivili- a progredire. Per agevolare la presa di questo filone di pensiero, fu messa in campo una roboante propaganda ed un massiccio uso dei nuovi strumenti di comunicazione con l’appoggio degli emergenti circoli colonialisti che si fecero portavoce degli interessi economici nell’oltremare.

È importante sottolineare il ruolo della propaganda colonialista poiché fu la causa di un consistente scollamento tra la realtà del continente africano e la sua immagine e percezione in Europa. A tal proposito, il filosofo ed epistemologo Valentin-Yves Mudimbe parlò di “invenzione dell’Africa”.

E noi italiani, in tutto questo, che ruolo abbiamo giocato?

La nostra storia coloniale comincia abbastanza tardi, con l’acquisto della piccola baia di Assab (Eritrea) nel 1882, da parte del governo di Agostino Depretis.

Nel 1885 il controllo italiano fu esteso all’importante porto di Massaua e nel 1890 fu proclamata ufficialmente la Colonia Eritrea dall’allora Re Umberto I e dal Presidente del Consiglio Francesco Crispi.

Nel 1908 fu la volta dell’amministrazione diretta della Somalia e nel 1912 ci fu l’aggressione militare all’Impero Ottomano in Libia e la sua conquista dopo una difficile e sanguinosa guerra.

Più che per ragioni economiche, noi italiani diventammo espansionisti per ragioni di politica interna e soprattutto di prestigio internazionale.

La nostra storia coloniale acquisisce un netto cambiamento di passo e registro con la presa di potere fascista e l’instaurarsi del governo Mussolini.

Ci troviamo nella prima metà del ‘900 in un periodo in cui, paradossalmente, le altre potenze discutevano della mise en valeur dei propri possedimenti coloniali anche attraverso un maggiore dialogo con le popolazioni locali. Il governo italiano, invece, decise di imbastire una vera e propria politica di potenza e di presunto prestigio internazionale che culminò con una nuova guerra d’aggressione. Questa volta in Etiopia (1935-1936).

Sicuramente furono due gli elementi che marcarono una netta differenza con il periodo colonialista dei governi dell’Italia liberale: l’uso sistematico e sprezzante delle forze armate per “riappacificare” le colonie e l’organizzazione di una grande e potente macchina della propaganda politica e colonialista

Attraverso l’azione di indottrinamento culturale dell’Istituto LUCE e l’azione repressiva degli apparati polizieschi del regime gli italiani ebbero modo di vedere e sentire un solo punto di vista. L’obiettivo fu quello di rafforzare e ampliare una orgogliosa “coscienza coloniale”.

Furono tenute esposizioni e fiere coloniali in tutta Italia, adibiti musei, incentivati gli studi sull’Africa e gli africani ma soprattutto quelli sulla storia del colonialismo italiano, organizzate manifestazioni politiche ma anche ricreative e culturali per sensibilizzare alla retorica dell’Impero Romano che torna. Fu anche indetta, dal 1926, la “Giornata coloniale”. Che ogni anno si teneva a Roma e in altre città per celebrare la grandezza dell’Impero coloniale italiano.

Fu così che, nonostante il carattere geograficamente limitato dei propri possedimenti, molti italiani cominciarono a sentirsi davvero “sul piano dell’Impero”.

Ma quali messaggi passarono attraverso questa propaganda?

Sicuramente il mito della Roma antica attrasse i più alfabetizzati, mentre, per un pubblico più popolare, fu esibito il senso di frontierache emanavano i territori africani e quindi una prospettiva di evasione dalle regole e dai rigidi costumi della società moderna. Sull’Africa circolavano miti, fantasie e sogni che rispecchiavano il senso comune e l’immaginario coloniale degli italiani, ma quasi mai la vera realtà del continente.

In particolare, durante la guerra d’Etiopia e sotto la regia del Reparto foto-cinematografico LUCE “AO”, si assistette ad una sorta di “africanizzazione” e politicizzazione della realtà coloniale.

Le fotografie ed i cinegiornali di quegli anni sono, senza alcun dubbio, tra le più grandi evidenze del pregiudizio e dell’atteggiamento di superiorità con cui gli italiani si approcciarono ed operarono in Africa. Si doveva comunicare la liberazione dell’Etiopia dalle catene dell’inciviltà e dell’ignoranza e l’azione umanitaria del “soldato italiano buono”. Fu impedita la circolazione in patria di molte fotografie documentanti le violenze perpetrate dai soldati italiani mentre furono divulgate quelle delle stragi commesse dagli abissini. In particolare, quest’ultime furono impugnate di fronte alla Società delle Nazioni per asserire l’idea di salvatori di un popolo barbaro capace soltanto di caos e atrocità.

Fotografie e filmati ci hanno lasciato, più di qualche indizio, anche sulla politica razzista del regime, che culminò con la promulgazione delle leggi razziali nelle colonie per contrastare il meticciato (anticiparono quelle antisemite in patria).

Ci furono famosi studiosi italiani, come Lidio Cipriani, che firmarono nel 1938 un testo noto come “Manifesto della razza” e cercarono di giustificare e supportare le loro considerazioni razziste attraverso la documentazione fotografica delle caratteristiche fisionomiche degli africani.

In quegli anni l’opinione pubblica italiana sapeva poco o niente dell’Africa e queste argomentazioni fecero presa proprio perché l’ignoranza e la cattiva informazione erano dilaganti.

Insomma, il colonialismo fu davvero una pagina triste e controversa della nostra storia. Il disastro della Seconda guerra mondiale ne oscurò presto la portata. E per molti fu più comodo rimuovere quell’esperienza oltremare.

Indubbiamente, però, alcuni pericolosi concetti su cui – soprattutto il regime – aveva insistito molto, passarono in quegli anni dalla propaganda al discorso popolare.

Per concludere.

Noi europei ci troviamo sulle spalle una pesante eredità coloniale mai veramente rielaborata ed esorcizzata dalle nostre opinioni pubbliche.

Un’eredità che, per secoli, ha condizionato i rapporti tra il nostro mondo e quello africano e che ancora oggi ci coinvolge da vicino.

Un’eredità che, considerando l’attuale clima sociopolitico internazionale, probabilmente ci è rimasta sottopelle. E nei momenti di crisi riemerge in modo inquietante.

Un’eredità che tutti insieme dobbiamo ancora scontare se vogliamo ricostruire qualcosa di buono.

Per farlo occorre prima di tutto studiare e fare i conti con il nostro passato

FONTI:

Calchi Novati G.P., Valsecchi P., 2016, Africa: la storia ritrovata

Labanca N., 2007, Oltremare. Storia dell’espansione coloniale italiana

Labanca N., 2005, Una guerra per l’impero. Memorie della campagna d’Etiopia 1935-36

Mannucci S., 2014, La fotografia dell’Istituto Luce. Storia e critica

Mannucci S., 2013, La guerra d’Etiopia. La fotografia strumento dell’imperialismo fascista

Mudimbe V. Y., 2007, L’invenzione dell’Africa


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